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Che cos’è un mestiere?
Il Devoto-Oli così lo
definisce: “L’attività
specifica , di carattere per lo più manuale, esercitata abitualmente e a
scopo di guadagno”
Oggi possiamo parlare ancora di mestiere? Oppure dobbiamo parlare di
artigiani? Fino a qualche anno fa quando una persona esercitava un lavoro di
tipo manuale per guadagnarsi da vivere veniva indicato come esercitatore di
un “Mestiere” e spesso si individuava con il mestiere esercitato (lu zu Cola
lu salaru perché vendeva il sale) oppure il mestiere lo si abbinava
all’oggetto lavorato (lu zu Nofriu lu curdaru perché produceva corde). Ho
citato, non casualmente, due antichi mestieri. Antichi mestieri ormai estinti o forse qualcuno
rimane ancora quasi per farci ricordare il nostro passato e la fatica che, i
nostri padri o i nostri nonni, giornalmente vivevano per portare a casa un
tozzo di pane frutto del loro sudore o ingegno. Tanti di questi antichi
mestieri manuali oggi sono scomparsi perché con l'ausilio dell'elettronica e
della tecnologia i prodotti che loro offrivano vengono fabbricati più facilmente e molti
sono stati soppiantati nel loro uso da altri più consoni alle nostre
esigenze. Tanti altri mestieri sono in via di estinzione, poiché al giorno
d'oggi non hanno più quella originaria importanza economica e altri sono
cambiati radicalmente nella loro specificità iniziale. In questa ricerca voglio
riportare alla memoria alcuni di essi per non dimenticarli e naturalmente ho
scelto quelli che io ho conosciuto nella mia fanciullezza e per rispetto a
quelle persone che tanto hanno fatto per farci ben vivere in quei tempi
ormai lontani ed anche perché sono sicuro che tanti, specialmente i più
giovani, non abbiano mai
conosciuto la loro esistenza.

L'AMMOLACUTEDDRA(l'arrotino)
che con la sua bicicletta particolare fornita di mola ad acqua si fermava
nei quartieri popolari per arrotare coltelli e forbici. Spesso a questa
attività allegava anche la riparazione di paracqua (parapioggia e ombrelli).
LU
BOMBOLONARU
(il bombolonaio) con la sua bicicletta/triciclo a punta, come quella del
gelataio, preparava la pasta ancora calda fatta di zucchero e caramello
colorato. Ce lo trovavamo dappertutto, in tutte le feste ed ogni giorno
davanti alle scuole all’uscita ed all’entrata con le sue caramelle carruba
(che erano le mie preferite) e i bomboloni di ogni colore che andavano
dal giallo limone, al viola delle more, al rosso fragola ed
emanavano un gradevole odore che metteva l'acquolina in bocca a piccoli e
grandi. Il
bombolanaru della mia infanzia si chiamava "Don Saru". Casualmente e con
piacere, nel 1971 e mi ricordo bene, l'ho rivisto ad un cinema di Milano
dove vendeva nell'intervallo caramelle, patatine e bibite. Aveva cambiato
luogo ma non mestiere.
LU CALAFATARU (il calafato)
erano coloro che
incatramavano i gozzi, le barche di legno che servivano per la pesca. Quando
le barche da pesca erano costruite solo di legno, i Calafatari per
evitare le infiltrazioni d'acqua introducevano, tra le fessure di una tavola
e l'altra dello scafo, della stoppa di canapa che successivamente
impermeabilizzavano con del catrame. Questo nobile mestiere, tramandato di
padre in figlio, esiste ancora oggi ma ormai i Calafati sono molto rari
perché oggi i pescherecci o le barche sono costruite in ferro o in
vetroresina (specialmente quelle da diporto).
LU CANTASTORII (il cantastorie)
è una delle figure più
importanti della tradizione orale siciliana e della cultura popolare. I
cantastorie (menestrelli, cantanti e affabulatori) si aiutavano con la
raffigurazione, su un cartellone, delle principali scene della storia e di
uno strumento (chitarra, fisarmonica ecc.). Si spostavano di piazza in
piazza in tutti i paesi della Sicilia. Alla fine delle loro esposizioni
avveniva la raccolta, con il classico cappello, delle offerte oppure c'era
la vendita di dischi, con le loro storie, oppure di gadget vari
(Lamette per barba, saponi, marranzani, ecc.). Ricordo con piacere in piazza
Regina proprio Cicciu Busacca (nella foto) e Vito Santangelo, e poi li ho
sentiti tutti quelli che passavano da Mazara. Era l'arte che mi piaceva più
di ogni altra.
Lu Carritteri (il Carrettiere)
figura mitica
dell'iconografia siciliana era l'antico trasportatore di merci varie prima
della nascita dei mezzi di trasporto meccanici. Era lui il conducente (l'autista)
del carretto trainato da muli o cavalli. Era un personaggio un pò
particolare perchè viveva per la strada, in quanto i viaggi duravano tanto,
e sopportava disagi di ogni sorta. In Sicilia a volte serviva a trasportare
anche i familiari e ciò portò il carrettiere ad abbellire il carretto fino a
diventare una sorta di status simbol. Più decorazioni aveva il carretto
meglio stava il proprietario. Fino agli sessanta non era difficile
incontrare ancora carretti in circolazione.
Lu Carraturi
(il Carradore)
questo mestiere antico individuava colui che concludeva l'opera di
costruzione del carretto infatti provvedeva ai fusi, alle balestre e alle
ruote. Con l'aiuto di pialle, asce, seghe e scalpelli metteva "su strada"
carrozze e carretti.
LU CARVUNARU (il carbonaio) dopo
aver raccolto la legna, la predisponeva in apposti fossati dove
l’accatastava in modo da costruire una struttura conica e successivamente la risopriva di terra in modo che la cottura avvenisse con poca aria favorendo
la trasformazione della legna in carbone dopo l’accensione del fuoco tramite
una piccola fessura (purteddu). Dopo una lenta combustione che durava giorni
e giorni provvedeva allo spegnimento con l’acqua ed all’insaccamento del
carbone. In Sicilia si svolgeva principalmente nelle zone boschive delle
Madonie ma era diffusa anche in tante altre zone. Spesso si indicava con
questo nome anche il venditore di carbone.
LU CONZALEMMA (l'acconciaterraglie)
è una figura
completamente scomparsa e per spiegarla ai più giovani mi servirò di un
classico della letteratura italiana
"La
Giara" di Luigi Pirandello. Chi non
ricorda Zì Dima che entrato dentro la giara per ripararla vi era rimasto
dentro? E' lui. Il Conzalemmi era un riparatore di articoli di terracotta,
incollava i cocci con mastice e fil di ferro e attraversando i paesi
richiamava ad alta voce i propri clienti invitandoli ad affrettarsi.
LU CUNZIATURI
(pescatore con palamito)
è la figura di
pescatore che usa il conzo
(detto anche palangaru o palamito) quest'arnese è
costituito da lenze portanti spesse (lettu) da cui partono i
vrazzoli
(pezzi di lenza) forniti di ami. La bravura del Cunziaturi consiste
nell'innescare gli ami che vengono raccolte in bell'ordine dentro apposite
casse o ceste (carteddri). I conzi successivamente vengono calati
orizzontalmente in mare ancorate al fondo oppure alla deriva a mezzu
funnu e controllati a vista.
Con i palangari fissi si hanno come bersaglio i saraghi, i dentici, i
merluzzi mentre con i palangari derivanti si hanno come bersaglio i
pesci spada ed i tonnidi.

Lu Curdaru (il cordaio)
generalmente
intrecciava per strada, con canapa e spaghi, corde per la pesca e
l’agricoltura . La sua abilità consisteva nel coordinare i movimenti delle
mani e dei piedi perché una volta fissata la parte iniziale della corda ad
un anello, attaccato al muro, il rimanente lavoro di intrecciamento lo
svolgeva indietreggiando. Si serviva inoltre di altre persone, generalmente
ragazzi, che
contemporaneamente avvolgevano tramite una ruota girata a mano le funi. A
volte stavo intere ore ad ammirarli in via Dante Fiorentino a “lu Cozzu”.

Lu Custureri (il sarto)
è un mestiere che richiede proprietà innate per poter raggiungere alte
vette di bravura e successo. Lu custureri ti faceva scegliere la stoffa,
tagliava e cuciva abiti su misura perfetti. Ormai sono rimasti in pochi
i "Couturier" perché adesso con l'avvento del "prêt-à-porter"
e degli stilisti che hanno diffuso nuovi stili e nuovi modi per diffondere
la moda queste figure crescono e si affermano all'interno di grandi "maison"
di moda. Sarti bravi in tutta la penisola italiana ne esistevano tantissimi
e la loro bravura ha fatto da traino all'alta moda moderna italiana.

Lu Firraru-ferrascecchi (il
maniscalco) questo antico ed affascinante mestiere nelle nostre zone è quasi
scomparso. Egli non ferrava soltanto cavalli, muli ed asini ma provvedeva
alla pulitura degli zoccoli con punteruoli e tenaglie di varia misura.
Ricordo con piacere i nostri maniscalchi di via Celso e via F. Pompeano e la
loro bravura. Essi, inoltre, realizzavano attrezzi per l'agricoltura ed
inferriate varie. Da ragazzino stavo ore ed ore ad ammirarli.
Lu
Gnuri (il Cocchiere) il conduttore
di carrozza una figura scomparsa con l'avvento dell'automobile.
A Mazara uno
degli ultimi è stato don Vartuliddru che ricordo
benissimo abitava vicino all'Asilo infantile (Corridoni) e che veniva spesso chiamato dalle persone, prive di
mezzo di trasporto, per essere condotti alla stazione o al cimitero. Insomma
era il vecchio taxista a cui veniva affidato il servizio di trasporto urbano
di persone.
LA LAVANNARA
(la lavandaia)
lavava
la biancheria degli altri. Quando non esisteva la lavatrice queste donne
erano preziosissime per le famiglie in cui la donna era ammalata e non
poteva lavare i panni. Di questo servizio usufruivano anche le famiglie
benestanti che potevano permettersi di pagare. Mestiere duro e faticoso
svolto con tanto "olio di gomito". A tante donne, specialmente
vedove, ha permesso di sbarcare il lunario.
LU NASSAROLU (pescatore con nasse)
è uno dei
mestieri più antichi di Mazara. Anche mio padre (nella foto) e mio nonno sono stati nassaroli. Uno bravo doveva innanzitutto raccogliere il giunco giusto,
sapersi costruire le nasse e sapere che tipo di pesce voler pescare.
Le nasse sono, generalmente, costruite con giunco e germogliazioni d’ulivo,
rappresentano delle trappole per il pesce. Il sistema d’entrata è fatto in
modo che il pesce una volta entrato non riesce più ad uscire. Per catturarlo
si usano delle esche (teste di gamberi, sarde, pulci di mare ecc.) che messe
all’interno della nassa, attirano il pesce. Vengono calate in mare in serie
legate tra di loro con una corda e fornite di màzzara (un peso per
tenerle ancorate in fondo) e vengono segnalate con un galleggiante con
banderuole. Una nassa può catturare anche 80 Kg di pesce e di qualsiasi
specie, a seconda della grandezza della stessa, dal tipo di esca usata e
dalla caratteristica del fondo dove viene calata.
LU PALUMMARU
(il palombaro)
l'antico mestiere del palombaro oggi è in disuso perché si
va in fondo con bombole o altre attrezzature più sofisticate. Il "vecchio"
palombaro utilizzava un'attrezzatura apposita lo scafandro,
appesantito da vari pesi di zavorra, di cui la parte più importante
era l'elmo tramite il quale riceveva sostentamento di aria dalla
superficie infatti era collegato da un tubo conduttore. Anche le scarpe
erano zavorrate con piombo modellato sullo scarpone. Confinante con casa mia
abitava un palombaro ed una volta ho preso uno spavento. Salendo
all'imbrunire sul terrazzo, di casa mia, mi son trovato davanti un gigante
con le braccia aperte: era lo scafandro del palombaro messo ad asciugare.
Per noi ragazzi era affascinante la figura del palombaro immerso in fondo al
mare che ispezionava e lavorava tranquillamente alimentato da quella pompa a
mano poggiata sul molo o a bordo delle barche.
LU PIRRIATURI
(cavatore di tufo)
prende il nome dalle cave di tufo (pirreri)
presenti nel territorio siciliano. Il pirriaturi doveva essere di fisico
forte in
quanto era un lavoro molto duro specialmente quando si segava a mano prima
dell'avvento delle seghe elettriche. Un famoso pirriaturi è stato il poeta
siciliano Pietro Fudduni. Le
misure del tufo erano: li cantuna vero e proprio, la
chiappetta, la chiappa, lu timpagnolu e lu sirratizzu. E' stato un
mestiere ad arte, dove si aguzzava l'ingegno per dominare il tufo e non
finirne succubi e l'abilità del pirriaturi consisteva nel "trinciari i
cantuna" (tagliare i tufi) secondo linee perfettamente parallele e tanto
velocemente da sorpassare il compagno di lavoro più vicino, evitando così il
fastidio della polvere da lui sollevata, e guadagnare di più perché
prevaleva il cottimo.
LU PURPIATURI (il
pescatore di polpi)
anche quest'attività
è un mestiere e non è da tutti esercitarla. Per prima cosa bisogna munirsi
di fiocina e specchio. La fiocina è composta da un pettine di ferro o
acciaio con denti lunghi che terminano ad aletta e da un manico pesante e
lungo tre o quattro metri. Lo specchio è formato da un cilindro di lamiera
zincata aperto dalla parte superiore e recante un vetro sigillato
ermeticamente nella parte inferiore che immerso appena sotto la superfice
del mare permette una visione chiarissima del fondo del mare. E' un lavoro
di pazienza e di bravura sia nell'individuazione della tana sia per stanarlo
sia per trafiggerlo. Bisogna tenere presente che il polpo è uno degli
animali marini più intelligenti. La pesca avviene comunque sotto costa.
Ci sono naturalmente altri sistemi per catturare polpi, ho voluto indicare
quello che praticato a Mazara ha permesso ad intere famiglie di vivere con i
proventi di questo tipo di pesca.
LU SALINARU (chi opera nelle saline)
sono i
coltivatori del sale uno dei mestieri più antichi della provincia di Trapani
che ancora oggi questi lavoratori accompagnano con gesti semplici, giorno
dopo giorno da vasca a vasca, l'acqua del mare che diventerà sale. La costa
della Sicilia occidentale che da Marsala arriva a Trapani è un susseguirsi
di saline con i loro caratteristici mulini a vento. La prima volta che ho
visto, da ragazzino, le saline con l'acqua madre color rosa antico ed i
Salinari con le loro carriole raccogliere il sale è stata una bellissima
giornata ed ho marinato la scuola per dedicargli un'intera mattinata. Ed
ancora oggi passare qualche ora a guardare le saline, i salinari, i mulini e
le montagnole di sale mi affascina sempre.
LU SALARU (il venditore ambulante di sale) si differenzia
dal salinaro in quanto questo era l'uomo che vendeva il sale con il
carretto o con il camioncino andando in giro per i paesi abbanniannu: aiu lu sali, sali,
sali marino!
LU SCARPARU (il calzolaio o ciabattino)
mestiere
antico anche questo ma mentre negli anni cinquanta aveva come attività
principale fare scarpe su misura (quindi calzolaio) oggi sono rarissime le
persone che si fanno fare le scarpe su misura che allora rappresentava
l'attività principale. Oggi principalmente lo scarparu ripara le scarpe
(ciabattino): mette sopratacchi, risuola o ripara qualche cucitura. Da
ragazzino ho lavorato per qualche mese nelle vacanze estive, come si usava
fare allora, da un calzolaio dove ho avuto modo di conoscere il mestiere e
gli attrezzi: l'affilatissimo coltello (lu trincettu), la lesina, le forme
di ferro e di legno (li furmi), il particolare martello, la tenaglia, l'ago
(avugghia), i vari tipi di chiodi, l'uso della cera che portava un
apicoltore. Altri ricordi indelebili sono: la risolatura delle scarpe dei
contadini con chiodi dalla grossa testa ed i ferretti che si usavano per non
consumare velocemente punte e tacchi. La bravura e la precisione dei nostri
scarpari ha permesso che la scarpa italiana fosse apprezzata in tutto il
modo e di questa fama oggi ne usufruiscono i grandi industriali rimorchiati
dalla nostra antica tradizione.

LU SIGGIARU (l'aggiustasedie) di solito
pur avendo una piccola bottega ricavata da una stanzetta a piano terra di
casa sua, egli svolgeva il suo lavoro per strada davanti la casa del cliente
che lo aveva chiamato oppure in un angolo o una piazzetta del rione popolare
dove aveva richiamato ad alta voce i propri clienti. Con vari tipi di
paglia, martello, chiodi, raspa e colla riparava ed impagliava le sedie. Chi
ci crederebbe al giorno d'oggi che esistevano queste figure? Eppure erano
insostituibili perché le famiglie riparavano ciò che si rompeva.

LU STAGNATARU (lo stagnino)
anche lu
stagnataru possedeva spesso una piccola bottega ma anche lui non disdegnava
di fare questo lavoro per le strade. Le massaie facevano stagnare
specialmente le quarare e le padelle per isolare il cibo dal rame
della pentola ed evitare la tossicità del rame a contatto con gli alimenti.
Con una piccola fucina a carbone ed un bastoncino di stagno spalmava tutta
la superficie della padella e "Don Miccioni" era l'ambulante preferito dalle
massaie per la sua precisione. Altri stagnini operavano per lo più in
laboratorio per riparazioni ed opere attinenti al lavoro di altri artigiani
e qualcuno si dedicò principalmente alla riparazione di radiatori per auto.
LU STAZZUNARU (il lavoratore di argilla)
mestiere
antico quasi scomparso fabbricava mattoni, bummuli, quartari, tegole
e altro. Nello stazzuni il lavoro iniziava all'alba con l'impastatura
della creta con i piedi, poi una volta pronta, incominciava la lavorazione
degli oggetti richiesti: tegole o mattoni. Dopo alcuni giorni di
essiccazione gli oggetti di argilla fabbricati si mettevano nelle fornace
per la cottura che durava una notte. Spettacolare era l'esposizione dei
manufatti di argilla sotto il sole, belli tutti ordinati. Passavo ore ad
ammirarle.
LU TAMMURINARU
(il Tamburino)
non è una figura
completamente scomparsa perché ce lo ritroviamo in tutte le sagre,
feste, processioni ecc. Quando io ero ragazzino esisteva la figura del
TAMMURINARU inteso non come tamburino ma come una specie di banditore
pronto ad ogni occorrenza. Fungeva da pubblicitario per promuovere un
negozio che stava facendo particolari sconti, da cercatore se per caso
qualcuno si era perso, da promotore di iniziative varie. Era un personaggio
ascoltato da tutti quando passava per le strade della città ed una festa per
i bambini che lo seguivano e che man mano aumentavano di numero incantati dal
ritmo del tamburo.
LU UTTARU (il bottaio)
un antico
mestiere di privilegiati perché fare il bottaio non è da tutti ci vuole
precisione ed esperienza in quanto le doghe devono essere ben piallate e
messe una accanto all'altra senza alcuno sfiato unite da cerchi di ferro.
"Un
corpu a la vutti e unu a lu timpagnu"
(un
colpo al cerchio ed un altro alla botte) per indicare la precisione con cui
i mastri bottai devono contemporaneamente sistemare le doghe ed arcuare il
ferro di sostegno.
Rovere e castagno sono i legni preferiti dai bottai per contenere i nostri
pregiati vini lavorati e liberati dal tannino che potrebbe trasferirsi al
vino.
Purtroppo anche le botti piano piano vengono sostituiti da contenitori
d'acciaio o di vetroresina ed il mestiere del bottaio mano mano sta
scomparendo.

LU VARDARU
(il Sellaio) produceva selle e
ornamenti per cavalli e muli uno degli ultimi me lo ricordo alla Madonna del
Paradiso. Ebbero
un ruolo fondamentale al servizio dell'agricoltura e del trasporto in
genere. Grazie alla loro inventiva nacque l'attacco degli animali da tiro
che permise di sfruttarne tutta la forza proveniente dal pettorale e
dall'incollatura. Si ebbero così arature più profonde e carichi più pesanti
trasportati con minor sforzo.
Per bardare gli animali da
cavalcare, preparavano eleganti selle da cavallo.
Per il tiro
pesante al carretto costruivano staffe, sottopance, redini, bisacce,
paraocchi, collari e finimenti vari.
LU VASTASU (il facchino, portabagagli) trasportava,
nelle stazioni o nei porti, valigie, casse e bagagli vari in cambio di
qualche mancia. Adesso è stato sostituito dai carrelli.
Accetto sempre dai miei visitatori consigli e
suggerimenti per errori o dimenticanze. |